Sì alabarde.
domenica 7 dicembre 2014
giovedì 4 dicembre 2014
Scusate il ritardo. Il report del Salone del Gusto sta arrivando!!
(Apro parentesi. L’idea di base di Slow Food – trasformatasi nel tempo da radical chic a popular chic – è buona, brava e bella e non è possibile in alcun modo sostenere il contrario. Però a me sta sul cazzo. Da sempre. Chiaramente, essendo un’idea buona, brava e bella, il problema è mio. Lo so. Il fatto è che a me tutta questa esclusività – soprattutto quando rivolta a un pubblico superiore alle venti persone – tutta questa ricercatezza, tutta questa nostalgia, risulta falsa e stucchevole. Non me ne frega niente degli “antichi sapori”, dei “vecchi mestieri”, delle “tradizioni che vanno scomparendo”, pace, scompaiano pure, fa parte della natura delle cose, anche a me piacerebbe non scomparire mai e invece. Non condivido questa idea del passato come luogo magico a cui aspirare e non sono per nulla convinto che una volta si mangiasse meglio – può anche darsi che il cibo fosse più genuino, tesi comunque discutibile, ma vuoi mettere la noia, la scarsità, la mancanza di varietà e di offerta? Andateci voi a fare la spesa negli anni ’50, quando “grande distribuzione” e “industria alimentare” erano ancora concetti piuttosto vaghi. Divertitevi. E non dimenticate di mandare una cartolina. Certo, mangiare bene piace anche a me – a chi non piace? – e sono sempre più convinto dell’importanza di nutrirsi in modo sano ed equilibrato, però, a conti fatti, e senza neppure risalire ai tempi dei Romani, se l’aspettativa di vita nel 1930 era inferiore ai 60 anni e oggi arriva quasi a 80, tutta questa idea di fondo del progresso cattivo che ci sta uccidendo è un po’, come dire, una cazzata, no? Senza contare che la sola idea di “slow” è capace di farmi venire il nervoso. Fast, io voglio fast, io voglio un nuovo Futurismo, io voglio Faster, Pussycat! Kill! Kill!)
mercoledì 26 novembre 2014
mercoledì 5 novembre 2014
Sogno o son Expo su Kindle Unlimited
I primi due episodi sono disponibili gratuitamente tramite il servizio mensile di abbonamento di Amazon.
mercoledì 22 ottobre 2014
Dieci dimensioni per me (posson bastare) - (estratto da HOMI sweet HOMI)
HOMI, la casa a 10 dimensioni, si tiene negli spazi espositivi della Fiera di Rho.
I dieci satelliti del pianeta casa sono: living habits, home wellness, fragrances & personal care, fashion & jewels, gift & events, garden & outdoor, kid style, home textiles, hobby & work, concept lab. Dovesse tornare l’autarchia, per HOMI sarebbe un bel casino.
(Come scoraggiare eventuali visitatori occasionali?, devono essersi chiesti. Questa mi sembra la risposta giusta)
Se si raggiunge la Fiera con la metropolitana, una volta arrivati al capolinea, bisogna percorrere un lungo corridoio sotterraneo
(Già non sopporto quelli che sui tappeti mobili camminano, me ne sfugge proprio il senso filosofico – Vuoi camminare? Cammina – figuriamoci quelli che si trascinano anche le valigie costringendo tutti a farsi da parte)
Entro a HOMI. Non so in quale dimensione mi trovi ma come mi suggerisce
deve trattarsi di “minchieits & fuffa”.
Il padiglione in cui sono è infatti dedicato all’oggettistica, da regalo e non.
(Normali, non allegri)
Ci sono moltissimi espositori stranieri, come questi tedeschi il cui prodotto di punta sono delle bambole nerdy Chucky che fanno la lingua.
Sempre nello stesso stand scopro un oggetto per veri pigri: la palla di neve a batterie autoinnevante.
Ci sono anche diversi stand di ispirazione new age, come quello che ripropone un grande classico degli anni ’70, il mood ring
(Alcune idee:
Cannella+Bergamotto=Canotto
Lavanda+Gelsomino=Lavandino)
Poco più avanti mi imbatto in una ditta specializzata in saponi che propone centinaia di saponi diversi (ma in fondo uguali. In questo caso si può dire a ragione: The sky’s the limit).
(C’è anche il sapone di Jovanotti. The sky’s the limit, appunto)
(Che slogan, eh? Si vede che dietro c’è tutto un pensiero)
Differenziarsi dagli altri – innovando nel solco della tradizione – non è ovviamente facile, ma ci si prova.
(Anche sorvolando su “brioso”, “cucina sana e salutare!!” perché?)
(Anche sorvolando su “gioioso”… no, dai, non si può sorvolare)
(Design esclusivo, eh, non la solita merda di plastica disegnata da un figlio del Talidomide e fatta in Cina)
(Dire che fanno schifo non renderebbe a sufficienza l’idea, per cui mi limiterò a dire che fanno schifo al cazzo)
Passando dalla cucina al bagno, la grande innovazione del momento (proposta e riproposta in più stand) sembra essere il sedile morbido da cesso.
(È di fronte a prodotti come questi che vengo sempre colto da una vertigine di speranza verso il futuro. Perché uno magari pensa “Cosa ci sarà mai da innovare nel campo dei sedili da cesso?”, poi si trova davanti a cose del genere. Non oso neanche immaginare cosa potrebbe accadere fra due o tre anni: sedile morbido e profumato?)
M’imbatto poi in uno stand di confetti capace di ribaltare completamente le mie ristrette visioni sul mondo dei confetti.
(E pensare che io ero rimasto all’antica dicotomia “mandorla vs. cioccolato”. Anche qui mi pare di poter dire: The sky’s the limit)
Nello stand delle stronzate (uno potrebbe dire “Perché, quelle che ci hai mostrato finora erano Uova di Fabergé?”, no, però qui siamo oltre) vengo a contatto con quello che sarà il tormentone della giornata, cioè “Ennò, lei non può fotografare, deve prima chiedere il permesso”.
A dirmelo è una signora che sta all’interno di un megastand di prodotti cinesi dove si vendono gadget originalissimi tipo questo
(Già mi immagino le orde di spie internazionali pronte a rubare il segreto industriale del porta accendino a forma di tette)
o questo
Un bell’oggettino, da mettere un po’ su tutto. Disponibile, volendo, anche nella versione “pari opportunità”.
Per non stare a discutere con la signora – nell’arduo tentativo di convincerla che non voglio rubare l’idea del cappellino con il cazzo – mi limito a dire che sono un giornalista e di fronte all’occhiata diffidente che ricevo come risposta (giustamente, direi, sei un giornalista e fotografi ‘ste puttanate?) mi vedo costretto a estrarre il tesserino. La signora abbozza e se ne va. Io proseguo il mio giro approdando qui
dove mi viene riproposta la manfrina del “Ma lei che fotografa a fare?” (in questo caso, devo dire, più a ragione, visto che mi son messo a fotografare diversi biglietti).
La mia risposta non cambia: sono un giornalista, ecco il tesserino (il tutto, coltivando la segreta speranza che questa faccenda non vada avanti tutto il giorno alla stregua di “Chi siete? Cosa fate? Cosa portate? Un fiorino”).
Nello stand trovo biglietti per tutti i gusti e per tutte le occasioni
(Si tratta di una sorta di evoluzione delle cartoline umoristiche dei militari sotto la naja – quelle dove c’erano sempre le donnine tettute – piuttosto in voga negli anni ’60-’70)
Il proprietario dell’azienda non sembra accontentarsi del mio generico ruolo di giornalista e tenta di indagare più a fondo: “Ma quindi lei farà un articolo…”.
Mi rendo conto che non posso più rimanere sulla difensiva. Decido quindi di passare al contrattacco e butto lì parole come “progetto”, “fiere” ed “Expo”. Davanti alla mia micidiale sequenza di colpi, lo vedo barcollare. È il momento buono per il K.O. Così gli tiro un uppercut finale, “e-book”, prima di svicolare velocemente verso un’altro padiglione.
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